La Tetralogia wagneriana come profezia di un destino tedesco (di Paolo Fenoglio)

La Tetralogia wagneriana come profezia di un destino tedesco: le ragioni di un abbinamento improprio

di Paolo Fenoglio

Conferenza tenuta il 30 marzo 2007 all’Auditorium Lattuada dell’Accademia Intern. della Musica di Milano

Il discorso di questa sera si articola in tre sezioni. È un discorso che toccherà indubbiamente degli elementi abbastanza scabrosi della nostra storia culturale anche abbastanza recente.

La prima delle tre sezioni in cui si articola il discorso è il vero movente dell’ideologia wagneriana, cioè la visione del mondo.

Non parlerò tanto, se non sfumatamente, della musica di Wagner, quanto della sua drammaturgia, ma soprattutto della sua visione del mondo, perché Wagner fu, tra i grandi musicisti, quello che ebbe il movente della sua creatività soprattutto in ragione di temi extramusicali, filosofici e mitologici. I suoi primi interessi di adolescente furono proprio sulla mitologia greca. Io sono convinto che se Wagner non avesse avuto quel tipo di interessi il suo talento musicale si sarebbe espresso in modo completamente diverso. Laddove i Bach, i Beethoven i Brahms eccetera avevano nella musica il loro movente intrinseco; poi è chiaro che le strutture del linguaggio musicale sono sempre metaforiche di un ordine di pensiero. Ma Wagner in sostanza è un ideologo che, dotato di grande talento musicale, usò poi il braccio secolare musicale per rivestire e cantare la sua visione della realtà.

E in effetti, anche dal punto di vista musicale, la musica di Wagner è una musica, è una sintassi, è un linguaggio costruito apposta, direi calibrato sulle sue esigenze drammaturgiche e psicologiche.

Gli studi di Wagner da musicista furono totalmente autodidattici, tranne un sei mesi di studi a Lipsia, al Conservatorio; e le composizioni che noi abbiamo del Wagner giovanile, qualche sonata, qualche tentativo di sinfonia, mostrano una certa durezza nell’uso dell’abbecedario armonico tradizionale.

Lui arrivò poi a crearsi un suo linguaggio basato sulla modulazione continua, su questa tipica struttura su cui oggi però non mi soffermo, dei Leitmotiv, di questo flusso sinfonico continuo che fu l’abito ideale per esprimere il suo movente, che era poi quello di riprendere la sintesi tragica classica in un’ottica teatrale drammaturgica.

Qui parliamo prima dell’ideologia di Wagner.

Poi, nella seconda sezione, dopo un ascolto di un passo emblematico della Tetralogia, parleremo delle relazioni sotterranee e delle ricadute, non intenzionali, e delle manipolazioni naziste fatte di Wagner, perché un rapporto indubbiamente c’è, e abbastanza cospicuo.

E poi, alla fine, parleremo, per concludere (ma quello è un discorso che si enuncia in pochi minuti) delle connivenze di alcuni suoi discendenti di famiglia con il nascente movimento nazista.

Allora, l’ideologia wagneriana.

Dobbiamo innanzitutto parlare di essa, ma poi anche vedere come essa è stata fraintesa e, direi anche, in un certo senso rimossa, dal pensiero critico dominante successivo fino ad arrivare ai giorni nostri

Wagner partecipò attivamente ai moti del ’48, aderendovi, in modo abbastanza vistoso, sia pure in nome di un idealismo estetizzante, e fu visto salire sulle barricate a Dresda insieme a Bakunin, niente altro che a Bakunin, col quale però non condivideva temi politici di fondo.

L’idea di Wagner per cui aderì al ’48 era quella di ricostituire, in un ottica estetica, ovviamente, artistica, una sorta di polis greca, in cui il teatro doveva essere la matrice di questa drammaturgia catartica, come lo era la tragedia greca, che avrebbe dovuto costituire un rito religioso per la comunità dei cittadini. Quindi, in totale contrasto con quella che era una visione di carattere borghese e capitalistico che nel ’48 ormai aveva mostrato il suo vero volto.

La sua adesione al ’48 gli provocò una delusione fortissima, di carattere politico, perché sappiamo che il ’48 fu la repressione di tutti i moti liberali (ricordo sempre che i liberali a quel tempo erano i progressisti, che si battevano per i diritti civili), e la delusione fu talmente tale che egli aderì, pochissimi anni dopo, un paio di anni dopo, alla filosofia di Schopenhauer. Perché Schopenhauer, il quale già nel ’18 aveva scritto il suo capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione, che era però caduto nel totale oblìo, nella totale indifferenza, una volta fatto ristampare il suo lavoro due volte, nel ’52, soffiando il vento del pessimismo per le grandi delusioni di cui vi ho detto e che tutto il mondo intellettuale aveva sofferto, Schopenhauer ebbe un improvviso, grandissimo successo. Wagner lo lesse, e fu quello che si dice un incontro fatale dal punto di vista spirituale; fu anche poi il presupposto per cui, più tardi, nacque l’amicizia con Nietzsche, perché anche Nietzsche derivava il suo pensiero da quello di Schopenhauer.

Per cui, questo è il primo fatto, quello che ci interessa di più oggi.

La Tetralogia fu stesa, come soggetto (perché Wagner lavorava così: prima stendeva in poche pagine il soggetto dell’opera, poi il libretto, e poi musicava). Il soggetto della Tetralogia, l’Anello del Nibelungo, fu steso nel ’48, esattamente, proprio come risposta e condanna alle repressioni del ’48, in perfetta simultaneità storica col Manifesto del Partito Comunista di Marx, che è anch’esso del ’48.

Il movente della Tetralogia wagneriana fu la critica di tipo pessimistico al capitalismo, in nome della perdita di una purezza originaria, che era costituita da una sorta di peccato originale: il furto dell’oro del Reno fatto dai Nibelunghi è una sorta di peccato originale,          da cui l’umanità è segnata e totalmente condizionata..

Per cui la Tetralogia nacque, come movente, come critica alla mercificazione capitalistica, una critica alternativa, ovviamente convergente in certe cose con quella marxista, nata in quegli anni; una critica che si può dire (questo è uno dei punti scabrosi, rispetto al conformismo culturale in cui ci muoviamo) una critica di destra al capitalismo, rispetto a quella più nota, che poi ha avuto tutto il suo corso nel socialismo e nel comunismo, di sinistra

Le differenze quali sono? La differenza è che la critica di sinistra, che è a tutti la più nota, si basa sul concetto dialettico che l’uomo si aliena nella feticizzazione della merce, e attraverso questa alienazione, si perde. La classe operaia, secondo Marx, siccome non è mossa da una falsa coscienza, cioè da un agire condizionato, a livello pure inconscio, senza dolo, alla preservazione dei propri privilegi, come invece la borghesia; la classe operaia, liberando se stessa, libererà il mondo dallo sfruttamento, e il capitalismo andrà incontro a una implosione, per le sue stesse, intrinseche, contraddizioni.

La profezia di Marx sulla feticizzazione della merce è una tipica profezia che un grande profeta ebraico (anche se lui era laico e antisionista, però con la natura ebraica di questa profezia liberatoria) poteva fare, profezia quanto mai giusta, e che oggi noi vediamo in un modo direi tragico nella sua esattezza. Purtroppo, lui non aveva fatto i conti con la natura irrazionale dell’uomo. Aveva creduto che la classe operaia (da lui pensata come una categoria, una sorta di a priori kantiano, scevra di quelle che sono le lusinghe che colpiscono l’animo umano, le lusinghe materiali), sarebbe stata il vettore della rigenerazione.

Per cui, abbiamo visto che la diagnosi era giusta, ma la prognosi e la terapia furono assolutamente illusorie. Forse, se Marx avesse letto qualcosa di Schopenhauer (e poteva farlo, perché il capolavoro di Schopenhauer fu

pubblicato la prima volta quando Marx nasceva, e dunque, crescendo, ne ebbe tutto il tempo), forse qualche idea, magari, qualche suggerimento…   Ma venivano da due orizzonti completamente diversi.

La critica di destra al capitalismo: questa critica che ci colpisce, perché nella vulgata di oggi, lo dico soprattutto ai giovani, si ha l’idea, che è sbagliata, che il capitalismo sia la destra.

Il capitalismo, in realtà, è il metabolismo economico della rivoluzione industriale. Può essere, ovviamente, questo, noi lo sappiamo bene dalla cronaca di tutti i giorni, declinato in un’ottica più liberistico-darwiniana, e cioè tale da aprire la forbice della differenza fra ricchi e poveri, per cui di destra, in questo senso, ma una destra di mercato, oppure, in una visione più socialdemocratica, con i correttivi come il pensiero di Keynes, che limita questa potenzialità: e questa è una visione socialdemocratica.

In realtà, il capitalismo ebbe una fortissima contestazione anche da destra, e quella wagneriana è probabilmente la più grande ma non l’unica (c’è tutto un pensiero, che in parte coinvolge anche Nietzsche, di critica in nome di una purezza originaria perduta).

E beh, anche per quanto riguarda la critica è sorto un altro equivoco: si è parlato di una critica reazionaria, e poi si è arrivati, -e questo, devo dirlo, totalmente da addebitare al conformismo che ha occupato tutti gli spazi della cultura, nella vulgata marxista-, a identificare il reazionario col conservatore.

Il reazionario, come dice la parola, è un rivoluzionario che reagisce in un altro senso. La rivoluzione crede nel progresso, mentre la reazione, contesta, con pari forze, forse anche di più, lo stato presente, in nome di un ritorno al passato.

Il conservatore invece è un’altra cosa. Per cui, questa critica di destra, anche per questa demonizzazione del pensiero reazionario, che a ben vedere è sempre stato dominante nei grandi pensatori di sintesi metafisica, anche uscendo dal fatto politico: l’ultimo Beethoven, che contesta l’avvento del romanticismo, l’ultimo Bach, che contesta, in nome del ritorno al contrappunto, alle fonti pure, l’avvento dello stile galante, sarebbero, dal punto di vista estetico, dei reazionari; e non mi sembra affatto che siano, in questo senso, dei gretti conservatori.

Per cui, la Tetralogia nacque con queste ragioni. Temi della Tetralogia: penso che chi fa parte dell’Associazione Wagneriana li conoscono benissimo. Ne accennerò un paio, dal punto di vista simbolico importanti.

Sigfrido è un Redentore, è un Cristo armato, che viene a recuperare, ma con l’uso della spada, il peccato originale del furto dell’oro del Reno. Lui morirà. Nella fenomenologia dello spirito dell’Occidente, Sigfrido è un martire del sogno faustiano.

Faust, il Faust di Goethe, aveva dato la sua anima ( “Attimo fuggente, fermati, sei bello”), perché aveva presentito una redenzione storica dell’Umanità in una prefigurazione (che è molto simile a quello che Marx dice nei manoscritti economico-filosofici del ’44, il Marx umanistico, che i comunisti hanno sempre odiato) di una palingenesi dell’Umanità in chiave umanistica: una comunità di uomini che lavora, senza sfruttamento, e affronta indomita i rischi e i perigli della vita, senza rifugiarsi in superstizioni religiose.

Questa era l’idea faustiana, per cui lui alla fine pronuncia la famosa frase, che però lo salva, perché dà l’anima per la salvezza dell’Umanità: Margherita, scesa col coro angelico, lo salverà.

Sigfrido è il martire di questo sogno: la cosa non è possibile, l’Umanità è indegna, è libidicamente attratta dal possesso. Sigfrido, che è il Redentore, che deve venire a recuperare, a ristabilire una giustizia divina per il furto dell’oro del Reno, viene ucciso a tradimento.

E ciò che Sigfrido (e questo è importantissimo in Wagner, è l’asse fondamentale della sua poetica), ciò che Sigfrido non riesce a fare nella società, nella storia, perché l’Umanità è indegna, lo farà, lo risolverà Parsifal, ma nella pura interiorità della coscienza. Parsifal recupererà, in senso prospettivo, mistico e contemplativo, quella totalità, che in senso storico-sociale non è più possibile.

Il sogno di Faust si realizza in una introspezione che sarà Parsifal. Parsifal è il capolavoro estremo di Wagner, ed è colui che riscatta il fallimento, non per sua colpa, di Sigfrido. Fra l’altro, il finale del Crepuscolo degli dei, che poi fra qualche minuto ascolteremo, la scena finale, viene adombrata, anche con grande sapienza drammaturgica, da Wagner, in un finale di carattere crepuscolare, per il linguaggio tonale; cioè, Wagner riesce a metaforizzare il crepuscolo degli dei in senso epico, ideologico e filosofico, con un crepuscolo del linguaggio tonale, perché il Wagner maturo, del Tristano e del Crepuscolo, si spinge alle soglie della dissoluzione tonale, con una modulazione cromatica esasperata. Per cui aderisce, anche come linguaggio stilistico, ai temi ideologici che egli promana nella sua opera.

Il fatto che nell’immaginario collettivo, certo, forse non degli appassionati, certamente non degli addetti ai lavori, ci sia questa sorta di abbinamento, che Wagner sia il grande campione del germanesimo nazionalistico, è dovuto a una sorta di non voglio dire paradosso, ma a una combinazione storica del tutto casuale.

Wagner, che aveva sospeso la composizione della Tetralogia per mancanza della possibilità di vederla rappresentata nel teatro cui lui aspirava, e che poi l’ha ripresa nel ’64-’65, quando Ludwig di Baviera gli garantì i fondi, finì la Tetralogia, ed essa venne integralmente rappresentata in quasi perfetta contemporaneità, un anno o due dopo, alla consacrazione del Reich bismarckiano, cioè dell’unità della Germania. E venne assimilata come una sorta di colonna sonora di questa consacrazione del Reich: cosa che è assolutamente fuorviante, ma passò così.

Qua bisogna dire che quando Wagner si sentì proclamato il cantore del Geist tedesco unificato, egli sapeva che non era quello il suo movente della Tetralogia, però glissò (lo si può scusare, perché aveva vissuto una vita da galera, in instabilità fino ad oltre i 50 anni), e lasciò perdere, anche perché, insomma, era anche abbastanza avanti con gli anni, e la cosa non gli dispiaceva; ma ingenerò una sorta di equivoco, che ha avuto una ricaduta a cascata nelle generazioni.

Infatti, i wagneriani di allora, i duri e puri wagneriani, rimasero poi molto delusi dall’unificazione del Reich bismarckiano, che era una unificazione di carattere economico, legale, insomma molto prosaica (non c’erano i Sigfrido che legiferavano sullo spirito del mondo), e iniziò una forma di insofferenza verso questa palingenesi supposta del Reich, che invece era un importante fatto politico; ma noi sappiamo come sono i fatti politici: seguono la prosa del mondo e non la redenzione dell’anima. Per cui già allora alcuni capirono che quell’abbinamento era falso, anche se poi, però, passò come ragione dominante della Tetralogia.

E fu la cosa che trasformò la conoscenza tragica del wagnerismo, per cui Nietzsche lo aveva amato, in una saga, in una grande saga epica, e da lì Nietzsche infatti, siamo nel ’76, cominciò a staccarsi da Wagner. Perché non gli piaceva questo clima di Bayreuth, questa sorta di trionfalismo istituzionale eccetera. Nietzsche, che paradossalmente era il vero Parsifal -perché Nietzsche era un uomo di una purezza interiore assoluta-, cominciò a staccarsi da Wagner, con dolore -perché lui era affezionato a Wagner e Wagner ci soffrì-, anche per questa ragione. Ma il tema Wagner-Nietzsche è un tema fra i più belli da trattare, cui però io posso solo accennare perché qui la materia è tanta.

Adesso dobbiamo fare una breve digressione su quelli che sono gli argomenti per cui questa critica da destra del capitalismo, questa critica metafisica-pessimistica è stata rimossa dal predominio, io non dico del marxismo, del pensiero marxista, ma della vulgata marxista, della moda, insomma quello che oggi si dice il politically correct.

Qui sto parlando di tempi recenti e recentissimi. Perché oggi la vulgata marxista, quello che genericamente si tende a dire “la sinistra”, l’avrete notato tutti, tende un pochino, perché il problema suo è di destalinizzarsi e rifarsi una verginità di carattere appunto non sovietico, tende a saldarsi con una forma di progressismo illuministico che in termini politici la sposta molto verso il centro riformistico moderato.

Però qua si crea -io non voglio fare discorsi di politica spicciola, ma di assetti filosofici-, un problema; perché il pensiero illuministico, con tutta la sua nobiltà, fu il presupposto storico della società liberale: il diritto dell’uomo a perseguire la propria felicità, che c’è nella Costituzione americana. Però bisogna pur sempre ricordare che la società liberale (nell’Ottocento i liberali, vi ho già detto, erano i progressisti, che vennero repressi nel ’48, perché si battevano per i diritti civili), la società liberale è, in termini economici, quella foriera del capitalismo, che poi ha subito delle derive conservatrici, sciovinistiche e ottuse. Però vi sto dicendo che questa conversione della sinistra verso un progressismo liberale praticamente lascia uno spazio a una lettura di critica del capitalismo da sinistra praticamente vuoto, perché praticamente si mette su di un riformismo liberal-filocapitalistico, certo con una lettura più sociale, ma che crea una sorta di ingorgo improprio in una zona centrale. Laddove invece, un sano pessimismo esistenziale è utile monito, e correttivo, alla feticizzazione, all’alienazione della merce.

E qua va ricordato, e questo è un tema dolente, che il marxismo autentico, che è sparito un po’, ma non cent’anni fa, (il pensiero marxista autentico fino a trent’anni fa si discuteva), il marxismo aveva, nelle sue corde, per ragioni diverse dal wagnerismo, una forma di pessimismo: credeva che l’uomo, senza la guida tutrice di uno Stato maieutico, si sarebbe disperso in quella che appunto è l’alienazione della merce: tutti ricorderanno che Gramsci diceva “Pessimismo della ragione, ottimismo dell’azione”.

Per cui, il pessimismo aveva una sua radice diversa anche nel pensiero marxista, e volendo andare un po’più indietro, in ambito non germanico, e retrocedendo un po’, dal punto di vista storico, ma non molto, il nostro grande, immenso pessimista Leopardi ironizza, nella Ginestra, contro le illusioni del pensiero liberale, quando scrive :”Dipinte in queste rive son dell’umana gente (“queste rive” sarebbero il deserto lavico del Vesuvio, che ha sommerso le grandi civiltà vestigia del passato), dipinte in queste rive son dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive”; e cioè ironizza contro le illusioni progressiste dei liberali; le “magnifiche sorti e progressive” non sono parole del Leopardi; lui le cita, ma sono del Magnani, che era un cattolico illuminato di tendenze progressiste.

Perché il Leopardi aveva perfettamente capito che quest’illusione progressista, che era la grande bandiera del nascente capitalismo, era in realtà, appunto, un’illusione.

Il liberalismo ha avuto i suoi fasti élitari, -noi li abbiamo conosciuti-, quando vi è stata un’élite illuminata: penso ai tempi di Giolitti, che ha guidato un’emancipazione della Nazione. Ma quando, nel 1929, il liberalismo, come aveva intuito un grande liberale esistenzialista, Ortega y Gasset, nella Ribellione delle masse, diventa una sorta di vulgata di massa, non più guidato dall’élite, degenera in una forma di società acefala; che è quello che sostanzialmente noi vediamo oggi.

Per ritornare a Leopardi, comunque, va però rilevato, per correttezza (stiamo parlando di Wagner e di un confronto fra pessimismi), un dato di fatto importante: che Leopardi si muoveva negli anni della Restaurazione (la Restaurazione era un reflusso rispetto alla grande spinta innovativa portata dalla rivoluzione e poi da Napoleone), però faceva parte del mondo classico, aveva un retroterra umanistico, classico, una visione storica secondo la quale il pessimismo non lo porta al cupio dissolvi, bensì a una sorta di “dobbiamo comunque vivere affrontando stoicamente le avversità”.

Mentre Wagner, che ha visto coi suoi occhi la delusione del ’48, (perché la Restaurazione, in un certo senso, fu l’embrione del ’48: vi fu semplicemente un reflusso e una stasi; il ’48 fu la repressione dura), Wagner, che vede nel ’48 questa impossibilità ormai definitiva di progresso spirituale (scrive appunto la Tetralogia per le ragioni che vi ho detto) non ha, perché tedesco, quel senso classico del “comunque stoicamente bisogna vivere”, e si vota al cupio dissolvi e alla metafisica della morte, che è intesa non come vanire, ma come supervita, come anelito a una totalità panica, in cui l’uomo vive liberato dai limiti della contingenza. E questo fra l’altro è il tema del Tristano, dove l’amore viene visto come il veicolo per realizzare, schopenhauerianamente, la liberazione dai limiti della contingenza.

Per concludere questo bilancio (perché se no poi anche quello che diremo dopo, sulla parte più scabrosa su Wagner, non risulterebbe abbastanza chiaro): si è sempre fatta un’equazione ed è un’equazione abbastanza di comodo, però in una certa misura ha avuto una sua verità, che il pessimismo, l’atteggiamento pessimistico, è proprio di una destra reazionaria, élite, colta, però una destra reazionaria, perché non crede nell’utilità del progresso, del cambiamento: tutto è vano. Mentre l’ottimismo costruttivo è invece, lo è sempre stato ma lo è ancora, proprio, il simbolo di una sinistra progressista. Oggi, alla luce di quello spostamento verso un progressismo ottimistico e in certo senso “di mercato”, come si dice oggi, che chiaramente la sinistra vuole leggere in termini più “sociali”, però, siccome tutti si ingorgano, si omologano lì, succede che il pessimismo di ascendenza wagneriana e schopenhaueriana risulta non reazionario, ma molto più capace di portare una liberazione. alla coscienza dell’uomo, dalla coercizione libidico-consumistica del cosiddetto progressismo. Cioè, il progressismo ottimistico è, come dire, una sorta di cinetica, che nutre questa spinta al divenire, che Schopenhauer direbbe è la spinta alla volontà e dunque alla nostra infelicità. Dietro Schopenhauer, lo sapete, vi sono cospicui elementi di pensiero buddista; la “volontà” di Schopenhauer è il carma dei buddisti, per cui questa spinta ottimistico-progressista del mondo liberal-capitalistico in realtà non è altro che un sistema a ripetizione, con cui, leggendolo in termini schopenaueriani, il carma si celebra in questa voluttà che si replica e da cui l’uomo rimane schiavizzato e infelice. E dietro il quale, dietro questo progressismo illuministico, pseudoilluministico, perché in realtà è un progressismo liberal-capitalistico, c’è lo spettro del nichilismo. Questo lo aveva già intuito, con un’intuizione formidabile, Dostoewskij, nei Demoni, quando dice, in una frase, che gli anarchici, i nichilisti, e i liberali, in fondo non sono molto diversi fra loro; perché il liberalismo, che ha dietro di sé l’idea che tutto, alla fine, è parametrabile in parametri economici, in nome di una libertà espansiva dell’uomo, in realtà porta con sé una deriva nichilistica di cui noi oggi espediamo in un modo devo dire impudico la manifestazione; perché dietro ai proclami e ai valori in realtà quello che detta le leggi è semplicemente il profitto. Questa è la questione drammatica.

Per cui, in sostanza, e qui arriviamo alla conclusione della prima parte del discorso, il vero messaggio di Wagner è quello che vi ho esposto: è il messaggio di denuncia dell’asservimento dell’uomo alla feticizzazione della merce, lo si potrebbe dire quasi con parole marxiane. Questa feticizzazione è stata contrassegnata dal furto dell’oro del Reno, da questa profanazione, e l’uomo giungerà alla sua realizzazione soltanto nella figura di Parsifal. Vi ricordo che Parsifal è il puro ingenuo, ma nel senso più alto della parola, unico in grado di ricuperare la santa reliquia, la lancia che trafisse il costato di Cristo in croce. Il fatto che Parsifal, il “puro folle”, sia il predestinato a recuperare i simboli della totalità, era, negli ultimi anni di Wagner, una chiara polemica contro il positivismo, che invece faceva della filosofia, misurabile, della materia, il sancta sanctorum della borghesia nel suo trionfo. E il Parsifal di Wagner (Wagner morirà un anno dopo averlo terminato) praticamente consegna un testimone ideale al simbolismo, e dunque a Debussy, che infatti amerà moltissimo il Parsifal, non avendo amato molto Wagner prima, anzi, per colpa ??? invece Debussy si “wagnerizza”, e prende alcuni elementi elaborandoli in chiave simbolistica. Perché dico simbolismo? Perché quando Parsifal sostanzialmente ravvede il recupero della totalità dello spirito nella dimensione interiore mistica, praticamente passa da una dimensione romantica, in cui c’è comunque l’antitesi col mondo esterno, a una visione simbolista, in cui la coscienza deve ravvedere i simboli di cui è intrecciata la realtà, decifrarli, e in essa risolversi. E questo sarà il patrimonio, anche ideologico, sul quale Debussy (così come la sua generazione) scriverà la sua musica. Il messaggio vero, ideologico, di Wagner, in sostanza è questo.

Tutti gli altri elementi sono stati frutto, come vi spiegherò adesso, dopo un ascolto, di manipolazioni e anche di alcune, ovviamente infelici, frasi di Wagner, che sono state oggetto di facili derive e interpretazioni. Adesso, per separare il discorso wagneriano puro dal discorso del Wagner e degli scabrosi rapporti, in dare e in avere, col nazismo, ascoltiamo il passo finale che conclude la Tetralogia, che è un passo emblematico, perché è il momento in cui, lo sentirete, Brunilde rende l’anello che Sigfrido ha sulla mano: Sigfrido è stato ucciso a tradimento da Hagen, che è il figlio di Alberico, Brunilde capisce che è stato tutto un terribile complotto per uccidere Sigfrido, gli sottrae, lei può farlo, l’anello, e lo rende alle figlie del Reno. Il Reno straripa glorioso e il simbolo della purezza originaria torna nel suo grembo originale, che è il grembo dell’origine degli elementi, il Walhalla crolla in lontananza, Hagen, questa sorta di perfido individuo, vedendo l’anello buttato, si getta per recuperarlo, perché il possesso dell’anello gli garantiva il dominio sul mondo, e viene travolto dai flutti.

E in questa catastrofe finale, che è veramente l’apocalisse dell’homo faber, dell’uomo storico, però si sente alla fine, bellissimo, il tema della redenzione attraverso l’amore; che fra l’altro è estremamente simile -e questo dimostra che Wagner ha fatto un solo discorso tutta la vita- al tema conclusivo dell’ouverture, che ha lo stesso tema, dell’Olandese volante: questo senso di grande abbraccio sinfonico che risolve le asperità; e questo tema della redenzione attraverso l’amore preannuncia -Wagner lo aveva già in mente- la figura di Parsifal. Solo con l’amore, nel senso mistico, e solo con la purezza si può recuperare quella totalità che, nella storia, non è più possibile, perché l’uomo è indegno, bramoso, di materia, e totalmente compromesso. Sentiamo allora questo passo.

[Ascolto]****

Ecco, questo era il meraviglioso finale -conciliativo, che prefigura un orizzonte di conciliazione- di questo che è stato l’ultimo grande ciclo mitico di interpretazione del destino dell’umanità.

Ed ora, affrontiamo la parte più scabrosa del discorso, i rapporti con il nazismo, le manipolazioni eccetera. Dico -coi tempi che corrono…, ma penso che non ce ne sia bisogno con voi- dico, a ogni buon conto, che qualunque discorso che io faccia di comprensione e di interpretazione di certi fenomeni culturali del nazismo (perché bisogna andare anche a scavare un po’ al di là della sacrosanta esecrazione), non sono minimamente intesi a revisionismi o tanto meno negazionismi. Il negazionismo, oltre che iniquo, lo trovo anche stupido: ci sono tali documentazioni che mi sembra veramente impossibile negare quello che è accaduto. Tuttavia l’esecrazione non basta, perché se non si capiscono certi sottili motivi, certe spinte, certe realtà, si corre il rischio di fare del nazismo semplicemente un attimo di follia. E non fu soltanto follia,, o forse fu una follia traslucida, e un delirio, ma su temi di cultura della nostra storia molto forti. A questo proposito, ma penso che lo sappiate perché avete avuto il programma della serata, inizialmente, nel volantino che enunciava i titoli delle serate, il ciclo portava la seconda parte del titolo della mia conferenza: “Wagner e il nazismo: le ragioni di un abbinamento improprio”. In realtà il titolo completo è “La Tetralogia wagneriana come profezia di un destino tedesco. Wagner e il nazismo: le ragioni di un abbinamento improprio”. È fuori discussione che vi sono elementi della Tetralogia wagneriana, del wagnerismo, e non solo di Wagner, che sono stati centrifugati, volgarizzati e diffusi, in una brutalità di riti di massa, dalla ideologia nazista. Il nazismo non è la solita dittatura di destra voluta dalla borghesia o dalle multinazionali per salvaguardare i propri privilegi, come il fascismo di Pinochet in Cile, come il regime dei colonnelli in Grecia, come in buona parte anche il nostro fascismo. Il nazismo è stato un fenomeno che certo ha avuto anche il supporto di una certa élite tedesca, ma il movente non era tanto quello di salvarsi dal bolscevismo, quanto di giungere a una rigenerazione mistica della nazione tedesca. Per cui, nel nazismo si trovano, degenerati e deformati, anche grandi temi della cultura tedesca, uno dei quali è, appunto, il wagnerismo. Che però scopre dei fianchi, Wagner, perché certe manipolazioni siano avvenute. Gli epicentri fondamentali del successo sociale del nazismo, che lo ricordo, ma lo saprete, non prese il potere con un colpo di stato: ci furono ben due tornate elettorali; certo, c’erano le squadracce, che facevano dei lavori non propriamente democratici, però formalmente non fu un colpo di stato.

Gli epicentri del successo sociale del nazismo furono sostanzialmente questi: il presupposto, senza il quale non avrebbe potuto esistere, è la grande crisi economica in cui la Germania si trovava, per le stupide e ottuse riparazioni di guerra, esosissime, che i Francesi, in quel tipico astio che i Francesi e i Tedeschi hanno, imposero; a cui gli Inglesi si opposero, invano, capendo che una Germania messa in ginocchio non sarebbe stata di vantaggio a nessuno in Europa.

Per cui, la crisi economica, aggravata poi dalla crisi del ’29, mondiale, favorì il profeta di un riarmo, fatto con una sorta, quasi, di condiscendenza delle potenze occidentali (perché teoricamente la Germania non poteva riarmarsi), condiscendenti perché capivano che con il riarmo forse uscivano dalle peste in cui s’erano messe, e in cui loro avevano messo la Germania. Senza questa condizione il nazismo e Hitler non avrebbero avuto l’incubatrice per la loro ascesa.

Ma le dominanti di consenso furono sostanzialmente tre: la resurrezione economica, ovviamente, la resurrezione economica perseguita col riarmo (va ricordato che la Germania, questo non Hitler, ma la Germania, con molto acume -siccome la condanna era di avere un esercito di due o tremila unità-, aveva tenuto solo i quadri degli ufficiali, che è molto difficile da addestrare. I soldati li addestri in tre mesi. Con quell’accorgimento, la Germania aveva tutta la struttura dell’esercito pronta: bastava prendere la manovalanza dei soldati.

Quindi: resurrezione economica, perseguita col riarmo. Una politica sociale per il popolo (perché indubbiamente, ricordiamoci, nella parola “nazionalsocialismo” c’è la componente “socialismo”; cioè quando si dice, qua, destra, non era una destra di mercato; le industrie facevano quello che diceva lo Stato, e non era nelle possibilità degli industriali licenziare o usare i lavoratori a loro piacimento. Ma soprattutto, il terzo elemento, che è quello più importante di tutti dal punto di vista morale, è che il nazismo puntò su una rigenerazione morale della classe media attraverso un ritorno alle origini; siccome il grosso sostegno al nazismo, ideale, fu dato dalla piccola e media borghesia ……………….[eventuale perdita di parole a fine facciata di cassetta].   Per cui, ripeto, rigenerazione morale. Il nazismo fu una rivoluzione di tipo non economico, questo è importante; non c’era nessun sommovimento economico di classe: doveva essere un’aggregazione morale della nazione, volta al recupero della propria integrità, della propria dignità. E questo ritorno alle origini, chiaramente, a Wagner faceva ottimo gioco, perché la poetica di Wagner lo era di per sé, per le ragioni che vi ho detto. E adesso entriamo un po’ più in dettaglio. Il mito della purezza originaria, e l’apocalisse finale, sono l’alfa e l’omega, cioè l’inizio e la fine, che accomuna la Tetralogia e il nazismo. C’è questa, sorprendente analogia di destino (la Tetralogia fu scritta quasi un secolo prima): la ricerca della purezza originaria profanata, e l’apocalisse finale per via di un’Umanità indegna. Vi ricordo fra l’altro che l’apocalisse finale del nazismo avrebbe potuto essere per la Germania molto peggio di quella, già terribile, di quella dovuta alla guerra e all’invasione dei Russi, perché Hitler aveva fatto minare tutti i porti, le centrali elettriche e tutti i nodi nevralgici dell’economia; e che soltanto l’intelligenza di Speer, che era l’unico che aveva il coraggio di disobbedire, il suo architetto poi ministro degli armamenti (vi consiglio la lettura delle Memorie del terzo Reich di Speer, perché lui si rese conto dell’orrore, ed è il racconto di un testimone straordinario), Speer, che andò a convincere tutti i generali dei presìdi a disinnescare; se no la Germania sarebbe precipitata in un medioevo, e probabilmente noi non avremmo avuto l’Europa Unita eccetera eccetera, sicuramente, cinquant’anni fa. Per cui, vedete, questa drammaturgia, la purezza originale e l’apocalisse, sembrano essere nel codice genetico dell’anima tedesca. L’anticapitalismo fu molto presente, perché il nazismo fu una filosofia anticapitalistica, che, contrariamente al comunismo, non arrivò a nazionalizzare i mezzi di produzione, ma si pensava (e lì, probabilmente, dal punto di vista politico, fu un errore), di asservire la produzione capitalistica lasciando la proprietà alle famiglie, ai Krupp eccetera, asservirla al volere dello Stato. Però l’anticapitalismo, che fu anche del nazismo, e ovviamente era di Wagner, si converge in un pessimismo in cui la totalità la si cerca nel mito. E questo fu di Wagner e fu anche, ovviamente, del nazismo.

Qui non ci sono connivenze: è un parallelismo che io vi propongo, perché vi faccio vedere come ci siano proprio enzimi dell’anima tedesca che, a distanza di 80 anni o più, hanno lavorato in parallelo. La natura antiindustriale del nazismo potrà stupire, ma sono argomenti su cui bisogna riflettere; molti di essi, che io ho collegati al mio discorso, li riporta Mosse, che è uno studioso ebreo, in Le origini culturali del terzo Reich, un famoso libro pubblicato dal Saggiatore. Effettivamente, il nazismo aveva una filosofia educativa di carattere antimodernistico, volta al recupero della purezza delle origini, e vedeva nel Volk, nel mito del popolo, l’essenza trascendente del popolo tedesco, che era il crisma della sua unità.

Il paesaggio tedesco veniva idealizzato, vi era un assoluto antimodernismo, e un ritorno all’elegia del passato. Così veniva educata la Hitlerjugend. Ci sono dei documentari, dei discorsi molto interessanti, in cui Hitler prima, molto prima della guerra, negli anni ’30, dove si colgono delle cose dal punto di vista anche psicologico, del rapporto fra il Führer e la massa, il suo popolo, interessanti. Hitler aveva assolutamente in quegli anni, neanche dopo, poi dopo lo prese una sorta di squilibrio, di delirio, alla fine; ma di quegli anni trenta, piuttosto tranquilli, mi è rimasto nella memoria un discorso pieno di pathos, in cui Hitler si rivolge ai giovani e dice: “Quando io non ci sarò più, voi porterete avanti, questo sogno…”, e c’è tutto un discorso sulle origini della Germania che è molto diverso dall’atteggiamento sprezzante e fallocratico con cui Mussolini parlava alle masse. Mussolini diceva: “La massa è femmina, va posseduta”, col tipico atteggiamento fallocratico e un po’ sprezzante. Poi si capisce che ovviamente alle prime bombe, Mussolini gli Italiani hanno cominciato a mandarlo a quel paese, mentre i Tedeschi hanno seguito Hitler fino alle soglie dell’Ade, praticamente; salvo alcuni tentativi, peraltro molto sporadici, di attentati.

Ora, questo ritorno elegiaco al passato, come vi ho detto, era il criterio con cui veniva educata la Hitlerjugend, che erano dei boy-scout educati a questa ideologia di ritorno a una purezza, anche ecologica, perché i nazisti furono, e questo pochi lo sanno, i primi ecologisti: campagne contro il fumo… Ciò fa sorprendere. Furono i nazisti, i primi,. E in tal senso, wagnerianamente parlando, l’opera che di solito non è “sospettata” (perché si parla sempre di Sigfrido, la Tetralogia… La Tetralogia è una condanna alla mercificazione capitalistica, per le ragioni che vi ho detto), l’opera di Wagner che più da vicino precorre questo ritorno alla purezza delle origini, a una santità serena, è l’unica opera non tragica, I Maestri Cantori di Norimberga, dove c’è questo ritorno alla comunità dei Maestri Cantori, a una sorta di serenità operosa, e un ritratto chiaramente idealizzato della Germania di un tempo. In questo, Wagner, sicuramente -ma senza alcuna volontà, si capisce-, ha in realtà probabilmente confezionato, in modo musicalmente splendido, una testimonianza ante litteram, di queste tensioni, che però poi il nazismo ha proseguito. Sapete che uno dei grandi teorici cui il nazismo si rifece era Spengler; autore del Tramonto dell’Occidente, filosofo pessimista, che comunque aveva colto, con grande intuizione, dei punti nevralgici: contrapponeva, nel Tramonto dell’Occidente, la Kultur, la cultura, alla civiltà. Diceva che la civiltà era una forma degenere, e ormai crepuscolare, della cultura che aveva perso la sua forza biologica. Questo tema della forza biologica sappiamo poi dove porta. La Kultur era invece il momento forte, il momento che noi potremmo dire barbarico nel senso più buono della parola, cioè il momento dello Stato nascente forte, e invece la civiltà era il relativismo. In fondo è questo il discorso. La civiltà è il relativismo accomodante, la Kultur è la mistica dell’origine.

Tuttavia, ascoltando quello che dico, uno può pensare: ma se il nazismo fosse stato prevalentemente o soltanto questo canto di ritorno all’origine, com’è che sono riusciti a invadere la Russia con un milione e mezzo di uomini, e avevano duecento divisioni al fronte e un armamento potente? Perché i nazisti, questa è anche una cosa sorprendente su cui non si riflette abbastanza, riuscirono a coniugare due opzioni politiche tra di loro totalmente contrastanti: l’antimodernismo, che ho già illustrato (l’ecologia, la vita pura, il ritorno alla purezza) e una tecnologia avanzatissima sul piano industriale, a fini bellici. C’è questa contraddizione schizofrenica, che è sorprendente, e che fu devastante, perché ottenne da un lato un’aggregazione delle coscienze romanticamente prese dal ritorno all’origine, mentre dall’altro, però, il braccio armato faceva il lavoro che tutti sappiamo. Questa sorta di coincidentia oppositorum potrebbe far pensare, mi è venuto in mente oggi, mettendo giù lo schema della conferenza (ma questa che ora vi dico è una cosuccia rispetto a quello che hanno fatto i nazisti), a certe tendenze che oggi si verificano in modo apparentemente tranquillo. Sapete che oggi vi sono dei settori, soprattutto in America, dei cosiddetti creazionisti, che vorrebbero, pur avvalendosi della tecnologia più avanzata, riportare, dal punto di vista teologico, l’idea che Dio ha creato il mondo dal nulla, cioè rinnegano il darwinismo. E questa è una cosa che, in modo direi farsesco, ricorda la contraddizione di cui sopra, perché non si può usare una tecnologia figlia del più avanzato relativismo e allo stesso tempo poi animare i miti puri dell’origine. I nazisti lo fecero; e ne sappiamo i risultati. Oggi vedo che questo è un fermento che potrebbe in qualche modo preoccupare, ma credo senza grandi ragioni di carattere pratico o militare.

L’adesione personale di Hitler al wagnerismo fu, come tutti sanno, un’adesione stentorea, chiara, eccetera. Hitler era diventato un habitué dei discendenti di Wagner a Bayreuth. Tuttavia è cosa nota, e lo testimonia anche Speer, la vera preferenza dell’Hitler privato erano le operette viennesi. Lui era un piccolo borghese austriaco. L’operetta viennese era la sua passione. E il wagnerismo era da lui sicuramente amato, ma in qualche modo, come un’acquisizione del Führer più che dell’uomo; e qui a me rimane un dubbio, un grande dubbio: il finale del terzo Reich, come tutti sapete, col suicidio, la bruciatura del cadavere, il suo e quello di Eva Braun, insomma cose che conosciamo benissimo, è chiaramente un finale nibelungico. Io mi sono sempre chiesto se Hitler lo abbia voluto fare così, come coreografia finale, coerente, o se si fosse verificato perché il wagnerismo era dominante nella storia della cultura tedesca. Cioè se si fosse trattato di un comportamento indotto da una dominante culturale, o dell’ultima grande sceneggiata, coerente bisogna dire, con le adunate di Norimberga, eccetera eccetera.

D’altro canto qui, visto che il Leitmotiv del discorso è la musica, la musica sembra contrassegnare simbolicamente in modo straordinario i due epiloghi, così diversi, di Hitler e di Mussolini. Mussolini che scappa, travestito da Tedesco, con l’amante e una borsa con i valori, è un finale da opera buffa, no? Laddove l’altro è un finale nibelungico, wagneriano. Cioè, si vede come in questo senso le tradizioni operistiche, così profondamente sentite dai due popoli, abbiano in qualche modo dettato la coreografia dei finali. Il finale di Mussolini, travestito, con un pastrano da Tedesco, l’elmetto e le braghe di Maresciallo d’Italia, è un finale da opera buffa. Il finale poi fù tragico, ma la circostanza è da opera buffa. E sottolinea, però, quella che è la grande differenza delle due culture. In genere, si dice che, in Europa, gli Inglesi sono empirici, relativisti, i Francesi sono razionalisti, e l’accordo fra le due dittature nell’ultima guerra sembra in qualche modo comprovare che l’Italia e la Germania hanno un feeling comune: due Paesi diversissimi nel costume, ma entrambi di cultura idealistica. È vero. Però attenzione: l’Italia ha un idealismo estetico, il Rinascimento, la bellezza. tutto si risolve nella bellezza e nella percezione del bello; la Germania ha un idealismo metafisico, ontologico, per cui direi che qui, in questo finale dei due dittatori e nel come le due dittature sono state gestite, si capisce la fallocrazia, l’apparire di Mussolini rispetto a quello di Hitler, il quale, dicono tutti, Speer fra i primi, nell’intimo, quando riceveva privatamente a cena, era un uomo quasi dimesso, gentile; si trasfigurava quando entrava nel ruolo del Führer, e cioè incarnava l’eidos dello Stato, che per i Tedeschi è il fondamento. Laddove invece Mussolini gigioneggiava anche nelle circostanze private, perché rappresentava la fallocrazia cesaristica latina. Anche queste sono spunti di riflessione interessanti.

E adesso giungiamo al peggiore dei punti, e cioè la questione ebraica.

La questione ebraica, cioè l’antisemitismo del nazismo, ebbe come presupposto, in cui credo che Hitler fosse veramente convinto, la famosa storia del tradimento della plutocrazia giudaica nel ’18. Perché Hitler, che fra l’altro si era distinto, come caporale, al fronte, era stato decorato, voi sapete che la grande guerra, la prima, se fosse stato un match di boxe finiva in pareggio, o forse ai punti vincevano i Tedeschi. Perché militarmente erano stati loro a invadere il territorio, soprattutto nel fronte franco-belga, non erano mai stati invasi, insomma, in un giudizio ai punti, volendola mettere così, probabilmente avrebbero vinto loro. Persero, perché lo sforzo economico non fu più retto. L’Inghilterra e la Francia avevano l’aiuto, tardivo aiuto, ma decisivo, dell’economia americana, e ci fu un collasso economico. Da qui venne fuori questa sorta di mito, che la plutocrazia, che nell’immaginario di cui parleremo tra un istante, è sempre stata vista come un retaggio giudaico, aveva tradito alle spalle lo sforzo eroico dei soldati al fronte, che in realtà reggevano molto bene la partita. Questo va appunto ricordato: che in quest’ottica l’antisemitismo fu da Hitler usato come catalizzatore aggregativo di una rivoluzione che, ripeto doveva essere morale e rigeneratrice. Ci doveva essere un nemico comune attraverso la persecuzione del quale rigenerare la Germania. E la cosa straordinaria anche qui è che fu una rivoluzione, quella nazista, fatta con l’appoggio della borghesia, ma in nome di ideali antiborghesi. Perché tanto capitalistici, e totalmente basati sulla dimensione antimodernistica della razza, che la borghesia nella sua tradizione, non ha nelle sue corde.

L’antisemitismo di Wagner, indubbiamente esistente, è un antisemitismo imbarazzante. Perché Wagner, lo sanno tutti, ogni tanto viene tirata fuori questa cosa, ma è innegabile, scrisse un libello, Il Giudaismo nella musica, che probabilmente gli venne dettato come sfogo del fatto che nei primi anni ’40, andato a Parigi sperando in un aiuto cospicuo di Meyerbeer, che era l’operista più in vista dell’epoca ed era ebreo, molto facoltoso, e che era più vecchio di Wagner, non ricevette alcun aiuto, come spesso càpita, ma non per ragioni ovviamente razziali, ma perché magari gli uomini arrivati non vogliono aiutare i giovani, di cui temono la rivalità. E Wagner questa cosa se la prese, e scrisse questo libello, che contiene delle frasi imbarazzanti; cioè non si limitò a dire, come talvolta si dice, ma non solo in ambito ovviamente giudaico, che “quella conventicola, quella cricca chiusa non mi hanno voluto, non mi hanno contato”, disse delle cose veramente imbarazzanti sugli ebrei. Tuttavia qui bisogna essere abbastanza freddi: che cosa Wagner vedeva nella figura dell’ebreo? Vedeva la figura del plutocrate, materialista, ma su questo abbinamento, ebreo ovvero plutocrate materialista, tutto il mondo cristiano deve recitare un mea culpa grave; lo ha già fatto, ma lo deve ancora fare, perché in realtà l’ebreo è stato vittima del ruolo di cui poi a torto è stato accusato. Gli ebrei venivano relegati a una possibilità di sopravvivenza esercitando l’usura, parlo di secoli addietro, esercitando cioè un uso del danaro che era ritenuto una realtà disdicevole, e poi, per questa relegazione a questo ruolo, sono stati accusati ingiustamente. Cioè, c’è stata in questo una totale disonestà, ma da un punto di vista psicologico credo che questa identificazione da caccia alle streghe dell’ebreo come usuraio eccetera, sia stata dovuta a questo processo: che la civiltà cristiana, non solo cattolica, ma i cattolici fra i primi, ha proiettato nell’ebreo la propria natura materiale, per esorcizzarla. Cioè l’ebreo era colui che portava il fardello della realtà impura. Perché la civiltà cristiana ahimé, in omaggio alla scissione fra anima e corpo, fra spirito e materia, che il logos greco non conosceva, tanto per fare un esempio, la civiltà cristiana aveva questo retaggio, che scaricava sulla figura dell’ebreo. E l’ebreo poi si caricò, costretto, di questa poco gradevole aureola nell’immaginario, e venne poi visto come protagonista della mercificazione capitalistica. Credo di essere stato chiaro.

Ciò detto (in un uomo della cultura e dell’intelligenza di Wagner certe affermazioni sono inammissibili), ciò detto però, considerata la natura di questo equivoco, profondo, di cui Wagner non è certo l’unico… , ma neanche i nazisti; cioè è una cosa che esisteva nella storia dell’Occidente da secoli; Shakespeare, lo raffigura meravigliosamente nel Mercante di Venezia, prendendo le ragioni degli uni e degli altri, con grandissima capacità; ciò detto, va però ribadito che la condanna della plutocrazia che Wagner fa è sacrosanta. L’errore, la deviazione, il delirio, è metterci l’aggettivo “giudaico”, come se fosse un attributo genetico dei giudei. Ma la condanna della plutocrazia è sacrosanta. Voi dovete pensare che in un giovane compositore che pensava, come vi ho detto all’inizio, che il teatro avrebbe dovuto essere il luogo religioso in cui gli uomini perseguivano la propria catarsi, come nella polis greca, probabilmente Nieztsche lo amò: Nieztsche che poteva essere suo figlio, aveva 31 anni quando conobbe Wagner (Wagner era già un musicista nel pieno dei suoi fulgori), Nietzsche lo amò probabilmente anche per questo. Tutta questa visione wagneriana, lui sperava di rifare una sorta di polis greca, è chiaramente in totale antitesi con il materialismo capitalistico.

Ma purtroppo questo equivoco, questa sovrapposizione che io vi ho detto e che ormai credo sia abbastanza acquisita dalla coscienza culturale collettiva, a quel tempo non c’era. Per cui avviene questo, nella Tetralogia, questo va detto: che Wagner descrive i Nibelunghi come i nazisti hanno descritto gli ebrei: piccoli, avidi e sgradevoli. E questa è una cosa fuori discussione. Per cui l’abbinamento. Essi, cioè i Nibelunghi, uccidono a tradimento il nuovo Cristo redentore che è Sigfrido, esattamente come Cristo viene tradito da Giuda. E, aggiungiamo a questo, che in almeno due punti della Tetralogia, vi è un certo clima vagamente eugenetico, non dichiarato, ma che emerge, e che è figlio del determinismo biologico, che era nella cultura del tempo. I due punti sono: l’incontro fra Sigfrido e Brunilde, lui bello, ariano, biondo, insomma era tutto quello che poi i nazisti avrebbero voluto, lei una sorta di divinità, sia pure ormai decaduta, ma anche lei bionda…; e anche, e forse ancor di più che l’incontro fra Sigfrido e Brunilde, l’amore incestuoso dei due gemelli, i genitori di Sigfrido, Siegmund e Sieglinde, che si incontrano non sapendo di essere fratelli (perché lei era stata rapita quando erano piccolissimi), e sentono, questo è l’interessante (sapete che l’incesto è un tabù culturale) sentono, e Wagner insiste, il richiamo dell’affinità di sangue, cioè come un concetto appunto di determinismo biologico: “noi siamo simili, ci apparteniamo perché siamo fatti della stessa materia”. E qui, sia pure in una versione poetica, poi resa musicalmente in un modo straordinario, c’è molto odore di eugenetica, e siamo molto prima, lo dico per onestà, molto prima del nazismo.

Va tuttavia riconosciuto, e questo è inevitabile, che, al di là delle manipolazioni, esiste un’antitesi insanabile, io credo, insanabile ma che non deve portare a persecuzioni, ovviamente, ma culturalmente insanabile, fra la metafisica tedesca, che volge all’immanentizzazione dell’Assoluto, e la concezione del Dio ebraico, che è una concezione del Dio indicibile, e che ha avuto una grande ricaduta, nella cultura soprattutto mitteleuropea, in termini laici. L’inconscio di Freud, la profondità inaccessibile dell’origine, il giudizio inappellabile misterioso di Kafka nel Processo, il precategoriale di Husserl, l’Assoluto che mostra ed è indicibile, di Wittgenstein (tutti ebrei, grandi geni ebrei, questi che ho citato): capite che questa visione è totalmente in antitesi con la visione invece che da Lutero a Hegel e all’idealismo tedesco è l’immanentizzazione dell’Assoluto, l’idea che si invera nella natura e si realizza come storia. C’è un’antitesi insanabile: cioè proprio non possono andare d’accordo.

Però, e qui è il punto chiave: se questa antitesi è oggetto di un dibattito filosofico fra due uomini di cultura, supponiamo Hegel che discute con Freud, se avesse potuto, il dibattito può essere estremamente fecondo e anzi io trovo che questi sono i grandi momenti, in cui la cultura si arricchisce in questi conflitti ideali. Se invece queste antitesi si volgarizzano come residuo inconscio nell’immaginario di massa, per quella ribellione delle masse di cui nel ’29 scrive Hortega y Gasset, allora succede la catastrofe. Perché si caricano di una rabbia e di una cecità barbarica, che invece l’antitesi, pure insanabile, tra due uomini decantati culturalmente, produce anche una disputa intellettuale, ma di tutto stimolo per la cultura.

Il punto centrale di questa seconda parte del discorso è che la nazificazione avvenuta, da parte dei nazisti, di Wagner, e non solo la nazificazione intesa come manipolazione del Festival di Bayreuth (quella è una cosa fin troppo ovvia e smaccata), ma il richiamarsi ai grandi temi della metafisica wagneriana da parte dei nazisti, si è basata sulla volgarità dei codici di massa, che hanno deformato molti temi delle cultura tedesca.

Cioè, la tragedia del nazismo, in senso culturale, è che ha preso molti fiori della cultura tedesca, e non solo Wagner, e li ha deformati in questa bieca, ottusa, facile, ovviamente, facile diffusione, grossolana, della cultura di massa. Cioè, è la massificazione la vera responsabile di questa realtà.

Vi cito altri due elementi, che non c’entrano con Wagner, che sono stati deformati dal nazismo: una sorta di faustismo perverso. In Faust, come vi ho già detto, la redenzione, storica, è di tutta l’Umanità, mentre invece, per il nazismo la redenzione è dei Tedeschi: “Noi redenti, e purificati! Gli altri, nostri subalterni, quando andava bene, o schiavi”. E questo è un faustismo perverso, che ovviamente è lontanissimo dall’idea catartica di Goethe. Lo stato hegeliano, che in Hegel è la sintesi dialettica dei contrasti che esistono nel divenire sociale, e per cui è una sintesi di un work in progress dialettico, che garantisce le spinte molteplici, ma in una sintesi, che oggi non c’è più, diventa però nel nazismo lo Stato-Partito garante, come un blocco ossidato, di un ritorno alle origini. Ma c’è comunque un richiamo, deformatissimo, allo Stato hegeliano.

Ora, giungendo vicini alla conclusione, io temo che esista un continuum storico-culturale nella storia dell’anima tedesca, e questa è la ragione della prima parte del mio titolo: “Profezia di un destino tedesco”: questo continuum, verificatesi le condizioni socio-economiche, soprattutto con la deflagrazione delle masse, era fatale che portasse a una realtà del genere. Cioè il nazismo, si può dire, è stato un delirio in cui la grande metafisica che ha animato tutta la storia tedesca ed europea ha perso la sua capacità di valutazione ontologica e contemplativa, si è volgarizzata e vestita nei modi più triviali, e ha voluto mettere le mani nelle cose del mondo. Non scrivendo opere e sintesi, o dipingendo quadri o scrivendo opere musicali. Questa è la tragedia. E Wagner è stato preso dentro, pur avendo anche lui dato (ma, come vi ho già detto, in un modo sostanzialmente involontario): perché anche l’antisemitismo di Wagner vedeva nell’ebreo ciò che una tradizione, deviata, aveva visto per secoli. In realtà il suo attacco era verso la plutocrazia.

Ora, un ultimo, molto breve discorso, oltre a ciò che vi ho fin qui detto, dato che, in soprammercato, c’è stata la connivenza dei discendenti: un genero e una nuora di Wagner, tutti e due inglesi molto simpatizzanti (questa è una cosa curiosa) per il mondo tedesco.

Houston Stewart Chamberlain, che sposò la seconda figlia di Wagner, Eva, se ben ricordo, era un teorico del darwinismo visto come selezione razziale. Cioè non il darwinismo visto come adattamento, e dunque nell’ottica della specie che si evolve adattandosi, ma come selezione razziale. Nei primi del Novecento lui cominciò già a scrivere dei libelli incendiari che gettavano una luce terribile (Wagner era morto da tempo, non Cosima) sul wagnerismo. Lo cooptavano in un mondo che non gli apparteneva.

E, forse ancor peggio (in senso almeno pratico, meno dal punto di vista teorico) nell’immaginario collettivo, la nuora di Wagner, moglie del terzo e più giovane figlio, Siegfried (quello per cui il padre aveva scritto l’ Idillio di Sigfrido per la sua nascita, e che era un uomo abbastanza moderato di indole), Winifred Williams, dopo un lungo flirt epistolare con Hitler negli anni ’20, per cui in anni dal punto di vista degli orrori non sospetti, trasforma il ’33 il Festival di Bayreuth in una grande sagra del movimento nazionalsocialista; e siccome rimane vedova, nel ‘30, addirittura si vocifera che lei sperasse di farsi sposare da Hitler. Per cui c’è una forte immaginazione nel gossip e in quello che era il jet set di allora. Ma, cosa interessante, però, a questo punto da notare (qua bisogna appunto avere un po’ di onestà e di distacco storico), Winifred Williams è colpevole, perché continuò, vivendo a lungo, a sostenere la memoria e le posizioni hitleriane anche dopo il ’45. E qui non ci sono più scuse.

Addirittura (questa è una cosa che ho scoperto), vi segnalo, se vi interessa la storia di questa saga familiare, un bel libro, molto interessante, pubblicato non molti anni fa da Il Saggiatore, di Gottfried Wagner, pronipote del compositore, socialista, pecora nera della famiglia, che mette in luce tutta questa saga e questo feuilleton nazionalsocialista di Bayreuth.

E leggendo, ho trovato, e non lo sapevo, che un regista ha fatto fra l’altro un bellissimo e chilometrico film su Hitler, Un sogno della Germania, che è un lungo ripercorrere, in modo onirico, i fantasmi del nazismo, che dura più serate -una cosa chilometrica-, e che ogni tanto è stato proiettato, di notte, per i vampiri, in quei famosi programmi fuori orario.

Silverberg (?) aveva chiesto a Winifred, ormai anziana, di fare un film su di lei; poi non riuscì a farlo perché la famiglia non voleva far vedere le carte; e lei, con improntitudine -era una signora, credo, di ormai oltre ottant’anni-, (stiamo parlando dei primi anni settanta), confermava ancora comunque la sua simpatia e le sue frequentazioni. Era qualcosa, insomma, che dal punto di vista privato può anche essere legittima. Ma la cosa interessante è che lei abbia avuto un lungo carteggio con Hitler negli anni venti, quando di orrori e di persecuzioni e di guerre ancora non si sapeva nulla: Hitler era un animoso demagogo che parlava di una rinascita della Germania. E come era ridotta la Germania allora, dobbiamo essere onesti, si potrebbe anche supporre che in lui qualcuno avesse visto in lui un profeta della rinascita. Ci sono tre righe importanti in una lettera di Winifred, una lettera del 14 novembre del ’23,quando lui aveva appena tentato il famoso putsch della birreria, che era andato a male, e l’avevano condannato a quell’annetto di carcere comodo, a Marzberg, dove lui scrisse il Mein Kampf: fece un po’ di pensione, tranquilla, ed ebbe modo di scrivere. Si tratta della lettera aperta che Winifred invia a una Gazzetta bavarese, dove scrive: “Il lavoro costruttivo di Adolf Hitler, quest’uomo tedesco, che pieno di ardente amore per la sua Patria, sacrifica la sua vita all’ideale di una grande Germania, purificata, unita e nazionale, e che si è preposto il pericoloso compito di aprire gli occhi alla classe operaia sul nemico interno e sul marxismo e le sue conseguenze (é qui, ecco, il punto importante) e come nessun altro è riuscito ad affratellare e riappacificare gli uomini fra loro, che ha saputo abolire l’odio di classe. ridando a migliaia e migliaia di disperati sia una gioiosa speranza, sia una ferma fede nella rinascita di una Patria dignitosa…”.

Ora, ovviamente, per le ragioni del riarmo, per le varie ragioni economiche ma soprattutto in quegli anni delle profezie, io trovo molto interessante questo riferimento ad abolire la lotta di classe, perché evidentemente la lotta di classe, essendo un conflitto di pretese economiche, snervava l’unità mistica della Nazione. E Hitler ebbe fortun, perché ci fu una fetta ampia, soprattutto del ceto medio-borghese, ma anche del popolo, per il quale poi egli fece iniziative sociali, che andò dietro a questa visione. Cioè, per usare un’immagine, una metafora sportiva: “la Germania, una squadra unita, che gioca a memoria” (e si è visto come è riuscita a farlo poi nell’esercito), metafora che non è, sottesa alle dialettiche delle lotte di classe e delle tensioni sindacali.

Quindi, oltre a tutto quello che vi ho detto, questi due, genero e nuora, hanno dato un contributo decisivo nell’immaginario collettivo (qua siamo molto dopo la morte di Wagner), a quell’abbinamento che è, ripeto, un abbinamento ideologicamente improprio; se uno va a guardare le fonti prime del wagnerismo.

E giungo alla sintesi. A una sintesi conclusiva. Perché dopo questa in qualche modo lacerante dissezione di Wagner e delle sue motivazioni, vi è però la possibilità di una sintesi conciliativa. E ce la offre la storia della musica.

Una sintesi conciliativa proprio tra Wagner, la sua poetica originaria e l’animo ebraico. Ce la offre un grande ebreo, che a lui si era rivolto nei suoi debutti, Schönberg. Fra l’altro, qui c’è un’ironia della storia che è esilarante, perché Schönberg, compositore, come avrebbe detto Hitler, degenerato, modernista, e per giunta ebreo, ha preso da Wagner, dal Wagner del Tristano, i presupposti per arrivare alla dissoluzione della tonalità. Questa è un’ironia della storia veramente straordinaria. Però io mi riferivo non a questo. Schönberg, ma a quello della Verklärte Nacht, che ho risentita proprio sere fa alla radio: tutti sanno che a carico del primissimo Schönberg, giovanile, c’è una battuta feroce: “Il più bel Wagner l’ha scritto Schönberg”. E chiaramente, sia pure con una tensione armonica più allargata eccetera, Verklärte Nacht è palesemente wagneriana. Narra di una notte trasfigurata e di un discorso d’amore di un uomo il quale accetta la sua compagna che gli rivela di aspettare il figlio di un altro uomo. Per cui c’è proprio un wagnerismo, ovviamente non più eroico, ovviamente con elementi armonici nuovi, ma c’è un wagnerismo molto, molto evidente.

Ora, la considerazione è questa: che se il wagnerismo viene vissuto come una celebrazione deterministica dell’anelitoall’Assoluto in senso oggettivo, cioè la nazione, la razza, l’oggettivazione dell’Assoluto, allora, come è avvenuto nelle manipolazioni naziste, anche per quell’equivoco col germanesimo di Bismarck, nascente, allora diventa una glorificazione retorica del reale. Perde la sua vera identità, ma diventa un feuilleton di glorificazione del reale.

Se invece il wagnerismo viene vissuto come un anelito psichico al totale, che è quello che Parsifal dimostra meravigliosamente, cioè una sorta di spasimo psichico che si protende emozionalmente al totale, in un modo cioè diverso dall’anelito contemplativo di Bach o da quello eroico e morale di Beethoven, per intenderci, in un modo psichico, che la sintassi wagneriana, questo cromatismo che non risolve, questa modulazione infinita riesce a realizzare meravigliosamente, e nel Parsifal in un modo veramente luminoso, tale che Debussy, che certo non era un autore incline ai fanatismi di massa, riuscì ad amare, ecco, se il wagnerismo viene colto così, realizza quell’adesione totalizzante alla alla conoscenza tragica, per cui Schönberg giovane si rivolse a lui, ma soprattutto per cui Nietzsche lo amò, prima di abbandonarlo, per il clima di Bayreuth e per gli equivoci; cioè un’anelito psichico al totale, che fonda le radici nella conoscenza tragica. Allora Wagner diventa veramente, come a mio avviso è, una delle grandi figure e testimonianze dello spirito dell’Occidente. E Nietzsche lo amò per questo, e poi se ne distaccò perché cominciava a cambiare il clima, secondo quello che vi ho detto, molto prima del nazismo, cioè della celebrazione stentorea del conformismo del Reich.

Va bene, io ho concluso, vi ringrazio per l’attenzione, so che è stata onerosa, e a voi le domande e i chiarimenti.

Paolo Fenoglio

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